Stima della mortalità per tumori professionali in Italia e dei relativi costi in termini di perdita di produttività economica

E-mail (autore per corrispondenza): 
a.binazzi@inail.it
Autore/i: 
Alessandra Binazzi, Alberto Scarselli, Alessandro Marinaccio
Istituto/i: 
INAIL, Area di Ricerca ex ISPESL, Dipartimento di Medicina del Lavoro, Laboratorio di Epidemiologia
Discussione: 
Binary Data
Materiali e metodi: 
Sono stati selezionati tutti i casi deceduti per tumore nel 2006 (fonte: ISTAT) per sede anatomica (ICD X) e la relativa distribuzione per sesso e classe d’età è stata applicata al numero di decessi per tumori professionali, calcolato per ogni sede anatomica applicando la corrispondente frazione attribuibile [1]. La distribuzione dei tumori professionali per sesso e classe d’età così ottenuta è stata utilizzata per calcolare il numero di anni potenziali di vita persi (APVP) e di anni potenziali di vita lavorativa persi (APVLP). Sono stati poi introdotti il tasso di produttività (TP) ed il tasso di sconto (TS) per stimare la perdita di produttività economica degli APVLP. Infine la proporzione dei costi diretti di tutti i tumori sulle spese sanitarie totali è stata applicata al numero di tumori professionali precedentemente stimato per identificare i corrispondenti costi diretti.
Risultati: 
Nel 2006 in Italia sono stati stimati circa 8000-8500 decessi per tumori professionali. Il tumore del polmone risulta predominante negli uomini (77% di tutti i decessi per tumori professionali), mentre i tumori della mammella, del polmone ed il mesotelioma nelle donne (complessivamente il 91% di tutti i decessi per tumori professionali). Il numero di anni potenziali di vita persi per tumori professionali è di circa 170000 e quello di anni potenziali di vita lavorativa persi è di più di 16000, quantificabile in circa 270 milioni di euro di costi indiretti. I costi diretti sono stati stimati in circa 450 milioni di euro.
Obiettivi: 
Attualmente è in corso un ampio dibattito su quale sia la reale dimensione dei casi di tumore dovuti ad esposizioni a cancerogeni nei luoghi di lavoro. Il fenomeno dei tumori di origine professionale è di difficile monitoraggio e le ragioni risiedono in numerosi fattori oggettivi (lunga latenza tra esposizione e insorgenza della malattia, multifattorialità nell’eziologia delle neoplasie e conseguente difficoltà ad isolare i casi da attribuire al sospetto fattore professionale). Inoltre non si differenziano dagli altri tipi di tumore in termini biologici o clinici e si concentrano tra specifici gruppi di lavoratori, caratterizzati da esposizioni ad agenti cancerogeni particolari per intensità e durata e dal rischio di sviluppare una particolare forma di tumore molto più alto rispetto alla popolazione generale. Negli ultimi anni sono stati fatti numerosi tentativi per stimare l’impatto dell’esposizione a cancerogeni nei luoghi di lavoro. Recentemente Rushton e colleghi hanno stimato la dimensione dei tumori professionali in Gran Bretagna, identificando una frazione eziologica attribuibile ad esposizione professionale del 5.3% [1]. Con riferimento a tale studio, si è calcolata la dimensione dei tumori professionali in Italia nel 2006, i corrispondenti anni di vita lavorativa persi, i costi della perdita di produttività economica ed i costi diretti.